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Le parole contano, più di quanto sembri. Continuare a chiamare tutto tokenizzazione significa leggere il nuovo con gli occhiali del vecchio.

Tokenizzazione o emissione nativa on-chain? Forse stiamo usando le parole sbagliate

2/10/26, 2:30 PM

Se uno strumento finanziario nasce direttamente on chain, viene creato, configurato ed emesso su blockchain, perché continuiamo a chiamarlo tokenizzato?

Tokenizzazione, dematerializzazione, o stiamo semplicemente usando le parole sbagliate? Negli ultimi anni, parlando di blockchain e finanza, ci siamo abituati a sentire sempre le stesse parole. Tokenizzazione, dematerializzazione, digitalizzazione. Parole utili, per carità, che hanno avuto e continuano ad avere un senso. Ma a un certo punto viene un dubbio legittimo, sano, direi quasi doveroso. Se uno strumento finanziario nasce direttamente on chain, viene creato, configurato ed emesso su blockchain, perché continuiamo a chiamarlo tokenizzato? Spoiler: non è una provocazione. È una questione di logica.

Partiamo dalle basi, senza fare i professori. La tokenizzazione, detta in modo semplice, è un processo di traduzione. Esiste già un asset, come una quota societaria, un’obbligazione o un diritto economico, e quell’asset viene rappresentato da un token su blockchain. In questo schema il token non è l’asset, ma il suo gemello digitale. È un modello che funziona ed è stato fondamentale per avvicinare la finanza tradizionale al mondo DLT. Ma presuppone una cosa molto chiara: l’asset esiste prima, fuori dalla blockchain.

La dematerializzazione è un concetto ancora più vecchio. Significa togliere la carta e spostare tutto in un registro digitale, tipicamente centralizzato. Non c’entra necessariamente la blockchain. È il motivo per cui oggi non giriamo con i bond in tasca come nel Novecento. Anche qui c’è sempre un prima analogico e un dopo digitale.

Il problema nasce quando questo prima non esiste. Quando lo strumento finanziario non ha mai avuto una vita fuori dalla blockchain. Quando non c’è un contratto cartaceo originario, non c’è un registro esterno principale, non c’è nulla da trasformare o rappresentare. Lo strumento nasce on chain, vive on chain, circola on chain e applica diritti e regole on chain. In quel caso, dirlo chiaramente non è un atto ideologico ma di precisione concettuale. Non stai tokenizzando nulla. Non stai dematerializzando nulla. Stai emettendo uno strumento nativo digitale.

A questo punto viene spontaneo chiedersi perché continuiamo comunque a usare quelle parole. Qui serve un po’ di onestà intellettuale, sempre con educazione. Il primo motivo è che il diritto è più lento della tecnologia. Le norme sono costruite su concetti storici come titoli, registri e rappresentazioni. La blockchain è arrivata dopo e il linguaggio giuridico sta cercando di inseguirla. Non è colpa di nessuno, è un processo fisiologico. Il secondo motivo è che la parola tokenizzazione rassicura. Suona come un’evoluzione controllata, mentre emissione nativa on chain suona come un salto nel vuoto. Il mercato, soprattutto quello tradizionale, ama i ponti semantici, anche quando sono un po’ traballanti. Il terzo motivo è che è semplicemente più facile da vendere. Dire tokenizzazione fa annuire tutti. Dire strumento finanziario nativo DLT, cioè emesso direttamente su un registro distribuito, spesso fa venire voglia di prendersi un caffè prima di continuare la conversazione.

Ma a un certo punto bisogna dirlo. Il paradigma è cambiato. Quando la blockchain non ospita lo strumento, ma è il luogo in cui lo strumento nasce, succede qualcosa di diverso. Non stiamo più digitalizzando processi esistenti né replicando modelli tradizionali in versione tecnologica. Stiamo creando nuove primitive finanziarie. Primitive nel senso di mattoni di base. Cose semplici nella loro struttura, ma potentissime, su cui poi si costruisce tutto il resto.

E questa distinzione conta davvero. Non è filosofia. È sostanza. Uno strumento nativo on chain ha regole codificate in smart contract, cioè software che eseguono automaticamente ciò che è stato definito. Può distribuire diritti patrimoniali senza intermediari. Vive in un registro che non rappresenta la realtà dello strumento, ma la costituisce. In altre parole, la blockchain non è il PDF del contratto. È il contratto che funziona.

Le parole contano, più di quanto sembri. Continuare a chiamare tutto tokenizzazione significa leggere il nuovo con gli occhiali del vecchio. All’inizio può andare bene, serve a costruire ponti. Ma a un certo punto rischia di creare confusione, frenare l’innovazione e farci perdere di vista cosa stiamo davvero costruendo. Forse è arrivato il momento di dirlo senza imbarazzo. Non tutto ciò che vive su blockchain è tokenizzato. Alcune cose nascono lì.

La posizione di Nexcomply, detta semplice, è questa. Non crediamo che la blockchain serva solo a digitalizzare la finanza tradizionale. Crediamo che alcuni strumenti possano nascere direttamente digitali, che il linguaggio debba evolvere insieme alle infrastrutture e che la chiarezza concettuale generi fiducia di mercato. La tokenizzazione è stata un ponte fondamentale. Gli strumenti finanziari nativi on chain sono la nuova terraferma. E no, non è solo una questione di parole. È una questione di come immaginiamo il futuro dell’impresa e della finanza.

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